La chiesa di San Michele – Val Formazza

By itineraridelvisibile

11 gennaio 2011

Category: vedere l'invisibile

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Val Formazza, frazione di San Michele. Frazione chiamata Túffáld nell’antico tedesco dei Walser. Túffáld deriva molto probabilmente dalla parola di lingua germanica Tobwald, ovvero bosco nero, bosco profondo.
Oggi tutt’attorno vediamo prati verdi e falciati, ma in principio questo era terreno disertato dagli uomini.  Ai primi che qui si insediarono questo luogo apparve come una soglia di boschi oscuri, tronchi neri, sassi rotolati dal fiume Toce in piena, melma di palude. E poiché nessuno sa cosa esce da ciò che inghiotte senza restituire, i primi valligiani chiamarono qui, come a baluardo, Sankt Michael, l’arcangelo con la spada, e gli dedicarono una piccola chiesa.

L’arcangelo Michele
L’arcangelo Michele ha come segni distintivi la spada e la bilancia. Egli rappresenta la forza della giustizia divina. È lui che tiene a bada le forze del male e dell’iniquità. Nel libro dell’Apocalisse, sbaraglia il drago dalle sette teste e dai sette diademi, lo caccia dal cielo e lo schianta sulla terra. Spesso è rappresentato mentre trattiene con una catena di ferro il demonio affinché il male non prevalga né sulle porte del cielo né sugli uomini. Sappiamo che, nell’ultimo giorno della storia, l’arcangelo Michele infilerà l’Anticristo con la lancia, potentemente, uccidendolo.
La Legenda Aurea lo chiama Gonfaloniere delle schiere degli angeli. È l’arcangelo che sgombra l’aria dal volo dei demoni e veglia sulle caverne dove alita il drago che insidia gli uomini. L’arcangelo Michele custodisce le soglie che portano altrove, come l’antico bosco nero di Túffáld.

La scultura di San Michele, intagliata nel legno di tiglio, è tra le più antiche testimonianze che abbiamo di questo oratorio. Oggi è conservata nel museo di Formazza, nella Casaforte. Fu realizzata nella bottega di un artista svevo, nel sud della Germania, all’inizio del ‘500. Erano anni quelli che il Passo del Grìes (è lì, in cima alla valle, neve e ghiaccio nove mesi all’anno, e conduce nel Vallese) lo scavalcavano muli, vino, formaggio, soldati svizzeri e santi di legno buono per gli altari. Dello stesso periodo, dello stesso legno, e un tempo collocata nella stessa chiesa, è la scultura di Maria Assunta. San Michele veglia sempre accanto alla Madonna.

Mikhael. Il nome, di origine ebraica, è composto da: mi– che significa “chi”; -kha- che significa “come”; -El che significa “Dio”. Quindi, unendo le parti, risulta: Chi come Dio? Un nome che suona come un grido di battaglia: “chi osa essere come Dio? chi osa atteggiarsi come se fosse Dio?”… Uno solo fu così tracotante: Satana, colui che di sé disse: Salirò in cielo, sulle stelle di Dio, innalzerò il trono, dimorerò sul monte dell’assemblea… mi farò uguale all’Altissimo (Isaia 14, 13-15).
Per questo, durante tutto il medioevo, Satana venne chiamato Simia Dei, la Scimmia di Dio. Colui che volendo spacciarsi per Dio, lo scimmiotta. Grottesca controfigura, copia deforme di Dio.
Ora, facciamoci caso, a quale animale assomiglia il demonietto ai piedi di quel San Michele intagliato? Ha le fattezze di una scimmia e assomiglia al suo padrone, a Satana – la Scimmia di Dio.

Oratorium Sancti Michaelis de Tofaldo
Una piccola chiesa dedicata a san Michele era stata qui eretta da molto tempo, ma per trovarla citata in un documento dobbiamo aspettare il 1582. L’“Oratorium Sancti Michaelis de Tofaldo” è menzionato nel documento del vescovo di Novara Monsignor Francesco Bossi, arrampicatosi fin su in Val Formazza per la visita pastorale.
Doveva essere ancora una piccola costruzione se, nel 1658, Giulio Maria Odescalchi, benedettino e vescovo di Novara, ne ordinò l’ampliamento. Così fu ingrandita. Non solo: l’orientamento fu invertito, con la porta che apre a Nord e l’altare che guarda a mezzogiorno. Dopo circa trent’anni, venne anche affrescata, diventando ciò che oggi ancora è.

Il 14 settembre 1765, giorno della Santa Croce, mentre tutto il popolo era in processione verso Antillone colle Sante Reliquie, il fuoco incendiò Túffáld. Fu a causa del forno acceso la notte prima per cuocere il pane di segale, e del vento incauto che scippò scintille di brace. La stalla di Pietro Valci fu la prima a divampare. Le fiamme si piegarono di fienile in fienile, di stalla in stalla, di casa in casa, e divorarono tutta la Villa. Il fuoco bruciò la porta della chiesa. Ma lì si fermò, sulla soglia, senza entrare. La piccola chiesa rimase in piedi, come avanzo e caparra per altra vita che doveva rinascere. C’è più legna che fuoco, e così Túffáld fu presto ricostruita.
Fu riparata anche la porta della chiesa. L’architrave di serizzo reca la data 1767.

La donna vestita di sole
I santi lungo le pareti accolgono chi entra e accompagnano verso il punto focale della chiesa: l’altare. Qui, al centro, è posta la scultura della Madonna con il bambino Gesù. È questo il centro della chiesa, qui lo sguardo è chiamato a posarsi. Maria è incoronata e regge uno scettro; è vestita di raggi di sole, di cielo azzurro e di stelle. Anche Gesù è incoronato e regge il globo crucigero, simbolo della sua signoria sul mondo.

I particolari di questa scultura restituiscono come scolpite le parole dell’Apocalisse, e in particolare il dodicesimo capitolo dove è descritta una «donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle»… la donna vestita di sole partorisce «un figlio maschio destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro». Entrambi, continua poi il testo, sono insidiati da «un enorme drago rosso» (Ap 12, 1-6).
L’apocalisse è un libro profetico che utilizza immagini che vanno decifrate. La donna vestita di sole è stata nei secoli interpretata come Maria madre di Cristo, ma anche come la Chiesa che accoglie la parola di Dio. Il drago rosso raffigura Satana che vuole impedire la redenzione del mondo.
È in questo punto del testo che viene descritta la lotta dell’arcangelo Michele contro il drago rosso. Il testo spiega che Michele vince sul drago «in virtù del sangue dell’agnello e grazie alla parola della testimonianza», ovvero grazie al sacrificio di Cristo e ai santi e ai martiri che lo testimoniano con la loro stessa vita (Ap 12, 7-11).
Chi entra in questa chiesa ritrova tutto questo: san Michele, i santi e i martiri, la donna vestita di sole, il Figlio di Dio che si è fatto uomo. Trova ricapitolati in immagini quanto l’Apocalisse rivela ovvero che il male e le forze distruttive che ancora imperversano nel mondo non prevarranno, ma hanno il tempo contato. Qui, durante la liturgia, la comunità vede e ascolta l’annuncio che le tenebre iniziano a ritirarsi, e si ritirano perché nella notte di Pasqua il Risorto ha sconfitto la morte, «la luce del Re eterno ha vinto le tenebre del mondo» come recita l’Exultet, inaugurando l’aurora, l’inizio di un tempo nuovo.

I Santi
Nella navata, i santi dipinti alle pareti sono riconoscibili uno ad uno. Volti veritieri, rustici e schivi. Magari fanno anche sorridere per quel drago al guinzaglio, il maiale nero, i teschi e gli scheletri, gli occhi sul piattino, gli angeli domestici, i diavoli dalle ali di pipistrello, i piedi grossi e nudi. Eppure santi colorati e madonne vestite di cielo reggono questa chiesa quanto i muri e le travi. I santi come le pietre hanno il loro posto ben fissato. Non c’è qui devozione improvvisata, ma tutto è misurato secondo necessità.

La porta è rivolta a nord. Apertura con un orientamento insolito per una chiesa: è da nord che entrano vento di tramontana, demoni e il buio della notte. Da lì giunsero anche peste, eresie e soldati armati per la guerra. Per questo, sulle pareti laterali, ad accogliere chi entra ci sono due santi, uno di fronte all’altro, due sentinelle, capaci di proteggere e custodire questo luogo.
A destra c’è Francesco Saverio, santo invocato contro i bubboni della peste, tonaca nera da gesuita, missionario in Oriente, abituato alle frontiere. Come una sentinella, è girato verso la porta: il peso sulla gamba destra, si inarca pronto alla lotta. Alza il crocifisso, come un esorcismo, a tutto ciò che si presenta sulla soglia.
Di fronte, c’è Antonio Abate. Eremita, viveva nel deserto dove trovava solo piccoli frutti, erbe strappate e demoni schierati a battaglia. La Legenda Aurea narra che questi gli apparivano in forme di bestie: «crudelissimamente lo stracciarono con l’unghie e con le corna e con li denti». Sant’Antonio resisteva. Anzi riusciva pure a farsi beffe dei diavoli e sottrarre loro anime di peccatori. Gli rimasero addosso i segni del fuoco, perché non temeva le fiamme dell’inferno. Ed ecco perché il popolo lo invocava per guarire le pustole di quel fuoco chiamato “di Sant’Antonio”. E quel piccolo maiale nero ricorda le frizioni di grasso che sulla pelle piagata davano un po’ di sollievo ai malati.

Nella navata, di fronte, sui due lati, in posizione privilegiata, ci sono due sante, vergini e martiri: Lucia e Margherita.
Santa Lucia è la protettrice della vista, della luce degli occhi. Lucia: il suo nome dice luce. Quella dei giorni che si accorciano, quando il sole traccia un solco sempre più basso all’orizzonte, quando il sole potrebbe eclissarsi per sempre dietro il monte Giove e non tornare più. Ecco che in quei giorni di dicembre c’è la festa di Santa Lucia, vergine e martire. Lucia, luce testimone della luce, preludio del Natale, testimone fedele nell’attesa del sole nuovo, del sole che tornerà ad impennarsi sopra le vette.
E c’è Margherita. La Santa tiene al guinzaglio un drago. Il drago è tutta la forza oscura che ancora imperversa nel mondo e nelle menti. Lei lo trattiene impedendo che possa sopraffarla. La leggenda narra che Margherita sia stata trangugiata da un drago. Chiusa dentro, non disperò ma col segno della croce squarciò il ventre della bestia. Come da breccia di parto, ne uscì. Sconfitto il male, Margherita venne nuovamente alla luce. Per questo è invocata protettrice delle partorienti, delle donne che danno alla luce.
Ecco allora cosa ci fanno lì, di fronte, queste due vergini con la palma del martirio: martire significa testimone, e loro sono testimoni della luce perché con la loro testimonianza anticipano la sconfitta definitiva del male, anticipano il Regno di Dio.

Nella chiesa di San Michele sono ritratti molti santi. Santi che intercedono e aiutano. A volte basta invocarne il nome. Ognuno ha il suo compito: c’è chi fa guarire dalle malattie, chi protegge il bestiame, chi mette in salvo dai fulmini. Lo fanno perché aiutare è semplicemente nella loro natura così come il sole scalda, la roccia tiene saldi, la pioggia lava, la stella alpina fa la stella alpina.
Invece, per non essere solo esauditi, ma per chiedere, per essere anche ascoltati, guardati e confortati, c’è Maria, c’è la Madonna di Re. L’immagine miracolosa è lì che si può toccare. Col figlio in braccio, il seno fuori, Maria è a portata di mano, offre una parentela, si fa vicina al respiro, alle avemaria. Intercede amando, quindi ti guarda negli occhi.
Di fronte c’è San Francisse, frate Francesco. Ha un teschio in mano, come a dire: vanità delle vanità, tutto è vano se la fiducia, la speranza e la gioia non sono poste in Dio Padre. Francesco, umile e obbediente spogliò se stesso a tal punto da ricalcare le orme di Cristo. Fu chiamato alter Christus, l’altro Cristo. E le stimmate che porta nella carne, rosse come sigilli, ne sono il segno.

In questa chiesa c’è un dialogo tra i santi, un dialogo che si snoda a due a due: Francesco Saverio e Antonio Abate proteggono la soglia, Lucia e Margherita annunciano la luce, Maria e Francesco d’Assisi offrono ascolto e vicinanza. Nel presbiterio, Sant’Antonio da Padova è accostato a San Carlo Borromeo: il vescovo di Milano è il grande organizzatore che fece fronte alle sfide della Riforma protestante e Antonio da Padova, oltre ad essere il santo delle richieste impossibili e il taumaturgo di uomini e animali, è anche colui che predicò contro le eresie degli Albigesi.
Ai lati dell’altare ci sono San Pietro e San Nicola: Pietro attesta la tradizione apostolica e il legame alla chiesa di Roma e Nicola è il santo particolarmente venerato nei paesi tedeschi. La riforma protestante è arrivata fin lì vicino, il confine segnato dallo scisma solca quelle stesse montagne di Formazza, ma qui questi due dipinti vicini ribadiscono che Roma e i paesi tedeschi possono vivere nell’unità di una chiesa, nell’unità della fede.

All’interno della chiesa si trova un’altra soglia, diversa da quella che sta all’ingresso. È quella che segna l’inizio del presbiterio. In questo punto ci sono le balaustre e termina la navata. Ai due lati, sono ritratti altri due santi: a sinistra, San Giovanni Battista; a destra, S.Anna con in braccio Maria e Gesù, entrambi bambini. Su questa soglia è bene soffermarsi un momento, ed approfondire.
Se la navata contiene il popolo di Dio che si raduna e va incontro a Dio, il presbiterio presenta alcuni segni che indicano il modo in cui Dio va incontro al suo popolo ed entra nella storia. Tra questi, in particolare, vi sono l’ambone e l’altare.
L’ambone è il luogo da cui si proclama la parola di Dio. Dio ha sempre parlato agli uomini, ha loro chiesto e li ha consigliati, li ha educati, li ha condotti per mano, ha consegnato loro la sua sapienza e il suo cuore, li ha fatti partecipare del suo mistero.
L’altare è il luogo del sacrificio. Dio non si è limitato a parlare, non si è limitato a consegnare la propria sapienza, la propria buona parola, ma ha consegnato se stesso. La parola si è incarnata: Cristo è il Verbo incarnato, è Dio che ha dato se stesso, consegnandosi pienamente nelle mani della storia e degli uomini.
Ora, questi due santi, Anna e Giovanni Battista, collocati in questo preciso luogo, ci dicono e ricordano esattamente questo. Come?
Il Battista è l’ultimo profeta. Prima di lui una lunga schiera di profeti che discende l’intera storia di Israele ha ricordato, mostrato, proclamato la parola di Dio. Giovanni Battista è il profeta che non solo ha annunciato ma ha anche potuto vedere colui che è stato annunciato dai profeti. È lui che ha potuto incontrare e indicare a dito il Messia. Nel piccolo cartiglio in cima alla piccola croce sono riportate le sue parole: Ecce Agnus Dei, Ecco l’agnello di Dio (Gv 1,36) e in braccio mostra proprio l’agnello che prefigura il sacrificio di Cristo.
Di fronte, sul lato opposto, Sant’Anna è la madre della madre di Dio. Qui regge in braccio la figlia Maria e il nipote Gesù: un evidente anacronismo, ma la tradizione ha sempre avuto cara quest’immagine capace di rimarcare la genealogia di Cristo, di rimarcare che l’umanità di Dio è fatta di sangue e di midollo, di cordone ombelicale legato alla profonda radice di Israele.
San Giovanni da un lato e Sant’ Anna dall’altro ci introducono al mistero dell’incarnazione. Lì, uno di fronte all’altro, ricordano sia l’attesa dei profeti rimasta accesa nei secoli sia la genealogia della carne scaturita dalle viscere della storia. Ricordano che Dio non è rimasto nascosto: prima si è consegnato nelle parole dei profeti e poi si è consegnato nella carne, fino al sacrificio. Il verbo e la carne. Ecco cosa ci dicono quei due dipinti, ecco cosa segna quella soglia: il Verbo si è fatto carne (Gv 1,14).

Riforma e controriforma
Nella volta sopra il presbiterio sono dipinte quattro figure: Sant’Agostino, Sant’Ambrogio, San Girolamo, San Gregorio. Sono i primi dottori della Chiesa.
Sono quattro come i quattro evangelisti (Matteo, Marco, Luca, Giovanni) e come i quattro grandi profeti (Mosè, Isaia, Ezechiele, Geremia). Tutti costoro sono accomunati dal fatto che, con i loro scritti, conducono nel mistero di Dio che si rivela. Sono coloro che presentano il Messia: i profeti lo hanno atteso, gli evangelisti lo hanno annunciato, i dottori della chiesa lo hanno testimoniato.
Nella chiesa di San Michele troviamo raffigurati solo i quattro grandi dottori. Ma, come il frutto contiene il seme, così tramite di loro sono richiamati anche gli evangelisti e i profeti che li hanno preceduti, ovvero tutta la storia della rivelazione.
La raffigurazione di questi padri della chiesa collocata nel presbiterio assieme agli altri santi sembra suggerire un legame e assumere un significato più ampio.
Sant’Antonio e San Carlo avevano entrambi combattuto dottrine, quelle dei catari e quelle delle chiese protestanti, che negano la reale presenza del corpo e del sangue di Cristo nell’eucaristia.
San Pietro e San Nicola, uno accanto all’altro, mostrano come il primato del vescovo di Roma, ovvero del papa, e la tradizione delle chiese tedesche possano vivere in comunione.
E i quattro padri della chiesa testimoniano come l’annuncio cristiano viva fedelmente e compiutamente nella liturgia celebrata dalla comunità che si raccoglie in questa chiesa.
Insomma, i santi raffigurati nel presbiterio ribadiscono proprio quei temi della fede come l’eucaristia, la comunione con la chiesa di Roma, la fedeltà alla tradizione, che sono invece contestati e rifiutati nei paesi della Riforma. Paesi che si trovano appena dall’altro lato delle montagne. La chiesa di San Michele in Formazza emerge come un caposaldo tra le alpi: espone alcuni grandi temi della dottrina cristiana facendo quadrato attorno alla dottrina cattolica e portando i propri santi come testimoni.

C’è un altro elemento che mostra questa disputa a distanza con la posizione protestante, ed è la frase che campeggia in alto, sulla trave dell’arco trionfale: Christum et non istum sed Christum adoro per istum. Ma per comprendere questa frase bisogna fare un passo indietro.
L’arte sacra, le immagini sacre hanno una loro forza: mostrano l’invisibile, racchiudono l’infinito, trattengono l’eterno. Le immagini sono potenti: incantano i sensi, muovono i sentimenti, piegano le ginocchia. Ma la potenza delle immagini comporta anche un rischio: l’idolatria. È facile cadere nella confusione, ridurre la divinità ad un’opera fatta da mano umana, pensare che un pezzo di legno faccia miracoli, pretendere di stipare dentro un tempio chiuso il mistero di Dio.
La Riforma protestante, riconoscendo la forza e il rischio insiti nelle immagini, fece delle scelte drastiche. In molte parti abolirono e cancellarono le immagini sacre. Per un certo periodo ci fu anche una distruzione delle immagini in quanto accusate di essere portatrici di superstizione, di magia, di idolatria. La Parola di Dio, affermano i riformatori, essendo di naturale spirituale non può che trovare ostacoli nelle immagini materiali.
La Chiesa cattolica, invece, in particolare con il Concilio di Trento, ne regolamentò la realizzazione affinché non fossero motivo di errore e idolatria. Non le abolì, anzi, ne ribadì il valore ricordando che,  poiché il Verbo si è fatto carne, l’arte sacra non è idolatria ma annuncio che Dio si è reso visibile, si è degnato di abitare nella materia e di operare la salvezza attraverso la materia. L’arte può essere luogo che testimonia la nuova dignità del creato. La bellezza non costituisce in sé salvezza, ma splendore che irrompe nel lavoro e nei giorni, caparra di quella vita eterna a cui l’uomo è destinato. L’arte, e in particolare l’arte sacra, è chiamata a far balenare l’eterno, non per umiliare il quotidiano ma per elevarlo .
Possiamo ora ritornare alla frase posta sulla trave nella Chiesa di san Michele: Christum et non istum sed Christum adoro per istum. Che possiamo tradurre con: Io adoro Cristo e non questo (sottinteso “manufatto”, in questo caso il crocifisso posto sopra la trave) ma adoro Cristo attraverso questo (manufatto).
È un insegnamento che mette in guardia dall’idolatria e riprende un passo preciso del “Decreto sull’invocazione, la venerazione e le reliquie dei santi e le sacre immagini” stabilito durante il Concilio di Trento nel 1563. E questo decreto afferma: «Inoltre le immagini di Cristo, della Vergine madre di Dio e degli altri santi devono essere tenute e conservate nelle chiese; ad esse si deve attribuire il dovuto onore e la venerazione: non certo perché si crede che vi sia in esse una qualche divinità o virtú, per cui debbano essere venerate; o perché si debba chiedere ad esse qualche cosa, o riporre fiducia nelle immagini, come un tempo facevano i pagani, che riponevano la loro speranza negli idoli, ma perché l’onore loro attribuito si riferisce ai prototipi, che esse rappresentano. Attraverso le immagini, dunque, che noi baciamo e dinanzi alle quali ci scopriamo e ci prostriamo, noi adoriamo Cristo e veneriamo i santi, di cui esse mostrano l’immagine. Cosa già sancita dai decreti dei concili – specie da quelli del secondo Concilio di Nicea – contro gli avversari delle sacre immagini».

San Michele, chiesa di confini
La chiesa di San Michele in Val Formazza è un caposaldo, un baluardo, una fortezza della fede incastonata nelle Alpi.
Inizialmente l’arcangelo Michele è stato invocato dagli abitanti affinché quella terra resa buona con fatica, metro dopo metro, giorno dopo giorno, non fosse sopraffatta dal caos e dall’oscurità, dalle piene e dalle frane, dalle valanghe e dagli incendi. San Michele veglia sul confine conquistato: per quanto il magma della storia rigurgiti sfacelo e rovina, il male non prevarrà.
Quando poi la terra era ormai da tempo diventata prati ben falciati, la chiesa di San Michele fu nuovamente chiamata ad essere baluardo fedele. Da Nord entravano eresie della riforma protestante, e la chiesa di San Michele divenne teologia in immagini, una summa montana della retta dottrina.

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